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DRONI IN AGRICOLTURA: concimazione, semina e insetti utili

3 giorni fa
Tempo di lettura: 13 min

Cosa si può distribuire, come farlo e che vantaggi porta il drone


Una risaia appena allagata, il seme da spargere sull'acqua entro pochi giorni e un trattore che, per entrarci con le ruote a gabbia, rovinerebbe il livellamento della camera (la vasca della risaia, che deve restare piana perché l'acqua copra tutto in modo uniforme).

 

Oppure un campo di grano dopo tre giorni di pioggia, con il concime in copertura da dare adesso e le ruote che affonderebbero fino ai mozzi.


Oppure ancora, un mais o un pomodoro attaccati dai parassiti, quando esiste un modo per difenderli liberando in campo i loro nemici naturali.

 

In tutti e tre i casi un drone ci passa sopra senza toccare il terreno. Sembra la soluzione perfetta, e in parte lo è, ma dietro quel volo c'è molto più di quanto si immagina: una macchina grande quanto un'utilitaria, un lavoro a terra che pesa quanto quello in aria e una regola che cambia tutto, perché basta far cadere un solo chicco per uscire dalla categoria in cui vola la maggior parte dei droni.

 

Come abbiamo visto nel post generale sui droni in agricoltura, gli usi concreti oggi sono due, guardare e distribuire. Dopo l'approfondimento sui rilievi, questo è dedicato al secondo: come funziona un drone che concima, semina e libera insetti utili, cosa può fare davvero, quando conviene e quando invece il trattore resta la scelta migliore.



Un drone da distribuzione non entra nel bagagliaio


Chi ha in mente i droni da ripresa, quelli che stanno in uno zaino, resta sorpreso la prima volta che ne vede uno agricolo. I modelli pesanti più diffusi, con i bracci aperti, superano i due metri e mezzo per lato, e i più grandi vanno oltre i tre. A vuoto pesano qualche decina di chili, ma al decollo, con il serbatoio pieno, si va da circa novanta chili fino a oltre centosettanta sui modelli più grandi.


Il cuore della macchina è il serbatoio, che quasi sempre è intercambiabile: lo stesso drone monta un serbatoio per i liquidi oppure un contenitore per i granulari, e si passa dall'uno all'altro in pochi minuti. Le capacità cambiano molto da modello a modello. Per i liquidi si va da una ventina di litri sui droni più piccoli fino a oltre settanta sui più grandi, mentre i contenitori per i granulari sono più capienti, perché a parità di volume molti granulari pesano meno dell'acqua, e arrivano fino a circa centocinquanta litri, con carichi che toccano i cento chili.


Molti guardano prima di tutto i litri del serbatoio, ma il limite vero è il peso: il drone porta quanto gli consentono motori e batterie, e con un prodotto pesante il serbatoio non si riempie fino all'orlo. I bracci si ripiegano per il trasporto, ma anche chiuso il drone resta ingombrante: serve un carrello o un furgone, e lo stesso vale per tutto quello che gli gira intorno, come vedremo più avanti.


Rappresentazione grafica di un drone agricolo di grandi dimensioni ispirata a un modello reale




Il granulare lo dosa una coclea e lo lancia un disco


Per concimi granulari e sementi il sistema assomiglia a quello di uno spandiconcime da trattore, solo in miniatura e appeso sotto il drone. Sul fondo del contenitore c'è un dosatore, che a seconda del modello è una coclea (una vite senza fine che, girando, spinge avanti una quantità precisa di prodotto) oppure un rullo scanalato. Il dosatore lascia cadere il granulare su un disco che ruota velocemente e lo lancia a ventaglio, oppure in un condotto dove un getto d'aria lo spinge fuori. Il disco allarga la fascia di lavoro, mentre l'aria tratta con più delicatezza i semi che non devono rompersi.


Coclee e rulli esistono in misure diverse e vanno scelti in base al prodotto: un microgranulo, un concime come l'urea e un seme di riso hanno dimensioni e scorrevolezza molto diverse, e un dosatore pensato per uno lavora male con l'altro. La velocità del dosatore, quella del disco, la quota e la velocità di volo si impostano insieme, perché è la loro combinazione a decidere quanti chili cadono per ettaro e quanto è larga la fascia.


Funziona? Uno studio pubblicato nel 2023 su una rivista scientifica ha misurato la distribuzione di urea granulare con entrambi i sistemi, a quote tra 5 e 9 metri e velocità tra 2 e 6 metri al secondo: l'uniformità è rimasta sempre entro la soglia considerata accettabile, con fasce di lavoro utili tra circa 5,5 e quasi 10 metri. Lo stesso studio, però, non ha valutato in modo sistematico il vento, ed è proprio il fattore che in campo pesa di più su un granulo leggero.


Si potrebbe pensare che, impostata la dose sul radiocomando, il resto venga da sé, ma ogni prodotto va tarato prima di partire, perché lo stesso valore sul display con due concimi diversi non dà la stessa quantità a terra. Il granulare umido, inoltre, tende a impaccarsi nel contenitore e a bloccare il dosatore: per questo si conserva all'asciutto e si carica poco prima del volo.



Con i liquidi conta tutto la grandezza della goccia


Quando si sente parlare di concime liquido viene in mente il liquame, ma col drone non si distribuiscono reflui zootecnici: si usano concimi solubili, da sciogliere in acqua in dosi di pochi chili o litri per ettaro. Per questi liquidi, come i concimi fogliari e i biostimolanti (prodotti che aiutano la pianta a reagire agli stress, senza essere né concimi né fitosanitari), il drone ha una pompa e degli ugelli sotto i bracci. Gli ugelli possono essere a pressione, come quelli di una barra da diserbo, oppure centrifughi: un piccolo disco che gira ad alta velocità e frantuma il liquido in gocce. Con questi ultimi la dimensione della goccia si sceglie dal radiocomando, cambiando la velocità del disco, e su molti modelli va da qualche decina a qualche centinaio di micron (un micron è un millesimo di millimetro).


La scelta non è un dettaglio. Le gocce grandi sono pesanti, cadono dritte e risentono poco del vento, ma coprono meno superficie della foglia. Le gocce piccole coprono meglio, ma il vento le porta via facilmente, ed è quella che si chiama deriva (il prodotto che finisce fuori dal campo invece che sulla coltura). Con il caldo secco, oltretutto, le gocce più fini evaporano prima ancora di toccare la pianta. Le linee guida regionali sulle irroratrici indicano come situazione a rischio quella con gocce sotto i 100 micron e vento oltre i 5 chilometri orari, che è appena un filo d'aria.


A favore del drone gioca il downwash, cioè il flusso d'aria che le eliche spingono verso il basso: aiuta le gocce a scendere dentro la vegetazione invece di restare sospese. Se il drone vola troppo alto o troppo veloce, però, quel flusso si disperde e smette di aiutare. Per questo quota, velocità, larghezza della passata e dimensione della goccia non si scelgono una alla volta, ma si regolano insieme in base al vento e alla coltura di quel giorno.

Molti pensano che dare un concime fogliare con un decimo dell'acqua significhi darne meno, ma la quantità di prodotto per ettaro resta la stessa: cambia solo l'acqua che lo trasporta. In una prova di campo in Puglia su grano duro, un concime fogliare è stato distribuito con 20 litri d'acqua per ettaro contro i 200 del trattore, con risultati favorevoli e una distribuzione del drone leggermente più uniforme. È una prova promossa dal produttore del concime, quindi va letta come un esempio e non come uno studio indipendente, ma mostra il punto: con il drone si lavora a volumi d'acqua molto bassi e precisi, e con un buon prodotto che si scioglie bene anche a concentrazioni alte.




CON GLI INSETTI UTILI IL CARICO E' VIVO


Il terzo tipo di distribuzione non riguarda un prodotto, ma organismi vivi. Gli insetti utili (insetti o acari che si nutrono dei parassiti delle colture o ne attaccano le uova) sono la base della lotta biologica e non sono prodotti fitosanitari: per questo il divieto che oggi ferma l'irrorazione aerea dei fitosanitari non li riguarda, e distribuirli con il drone si può già.

 

Il sistema somiglia a quello del granulare, con un contenitore e un dosatore, ma il carico è diverso. Gli insetti viaggiano dentro capsule o piccole sfere biodegradabili, oppure mescolati a un materiale leggero che li accompagna fino alla pianta, e il dosatore deve rilasciarli senza schiacciarli. Il carico pesa poco, quindi spesso basta un drone più piccolo di quelli da concime, ma la regola non cambia: lascia cadere qualcosa, quindi vola in categoria specific. Trattandosi di organismi vivi, contano i tempi: vanno conservati e liberati come indica il fornitore, nel momento in cui il parassita è più vulnerabile.

 

Molti pensano che la lotta biologica sia una faccenda da serra o da orto, ma in Italia i lanci con drone sono partiti in pieno campo, in pianura. Nel 2016, in Emilia, il lancio con drone di un antagonista della piralide del mais è stato usato per la prima volta su circa 700 ettari. L'antagonista più usato è il Trichogramma, un insetto minuscolo che depone le proprie uova dentro quelle della piralide e le fa morire: il drone lascia cadere capsule con uova già parassitate, da cui escono gli insetti pronti a cercare le uova del parassita. Dal 2019, nelle province di Piacenza, Reggio Emilia e Ravenna, sono stati distribuiti con drone due acari predatori sul pomodoro da industria contro il ragnetto rosso.




Concimare, seminare, ombreggiare, difendere con insetti utili: quando il drone ha senso


Il caso più classico è la concimazione in copertura dei cereali, tra fine inverno e primavera, proprio quando il terreno è più spesso bagnato. Il drone non deve aspettare che il campo asciughi e non lascia solchi, e lo stesso vale per le colture già alte, dove una macchina a terra schiaccerebbe le piante a ogni passaggio. Per i concimi fogliari conta la tempestività: si danno nelle fasi in cui la pianta ne ha più bisogno, che spesso durano pochi giorni.


Poi c'è la semina, e il caso della risaia raccontato in apertura non è un'ipotesi. Nel giugno 2026, in provincia di Oristano, è stata fatta la prima semina di riso con drone in Sardegna: circa quattro ettari e mezzo di campi già allagati, con un drone da circa ottanta chili di capacità e una missione programmata ed eseguita in automatico. Ma potenzialmente la semina fattibile con un drone spazia molto di più del solo riso.


Un uso meno conosciuto invece è l'ombreggiamento delle serre. In estate le coperture vengono imbiancate con prodotti ombreggianti, per abbassare la temperatura interna, e farlo con il drone evita di mandare persone sopra di esse, e permette di distribuire il tutto con il minor spreco e la maggior uniformità possibile.


Un altro, importante soprattutto per chi lavora in pianura, è la distribuzione di insetti utili, che portano il drone anche sui seminativi e sulle orticole. Contro la piralide del mais conta il momento: il lancio va fatto seguendo i voli del parassita, e il drone entra in campo anche con il mais già alto o il terreno bagnato. Contro il ragnetto rosso sul pomodoro conta la precisione, perché l'acaro predatore si può liberare solo dove serve, per esempio sui bordi del campo, dove l'attacco di solito comincia. Secondo chi ha seguito il progetto emiliano, un ettaro si fa in pochi minuti e il sistema conviene da appezzamenti di almeno 10-20 ettari.


C'è infine il legame con i rilievi: come visto nell'articolo dedicato, dalla mappa dello stato delle piante si può ricavare una mappa di prescrizione (le dosi diverse da dare zona per zona), e il drone la segue, spargendo di più dove serve e di meno dove la coltura sta già bene.


Tutto questo, però, avviene dentro le regole agronomiche di sempre. Direttiva nitrati, programmi d'azione regionali nelle zone vulnerabili, periodi in cui non si concima e distanze dai corsi d'acqua valgono come per qualunque altro mezzo, e cambiano da regione a regione. Il drone cambia il modo in cui il prodotto arriva in campo, non le regole su quanto e quando darlo.



Metà del lavoro si fa a terra


Ora parliamo però della parte scomoda... Un volo a pieno carico dura pochi minuti, poi il drone torna giù vuoto e con la batteria scarica. Per lavorare senza fermarsi servono più batterie in rotazione, un generatore o un sistema di ricarica rapida sul posto, il prodotto già pronto e, per i liquidi, acqua pulita e un punto dove preparare la miscela. Tutto questo va portato in campo, e di solito ci lavorano due persone: il pilota e chi si occupa di rifornimenti e batterie.


Si tende a guardare gli ettari all'ora scritti sul catalogo, ma quel numero quasi mai tiene conto delle soste per rifornire e cambiare batteria, né del limite di velocità previsto dalla procedura italiana per questi voli, di cui parliamo più avanti. Una buona organizzazione a terra, con le batterie che si ricaricano mentre il drone lavora e il prodotto pronto al momento dell'atterraggio, fa più differenza di qualche litro in più nel serbatoio.


Come visto nel post generale, esistono già stazioni che riforniscono il liquido in automatico, ma per i droni pesanti il cambio della batteria richiede ancora un operatore e la piena autonomia non è ancora una realtà.



Il drone non manda in pensione il trattore


I vantaggi sono concreti. Il drone non compatta il terreno e non lascia solchi, lavora sul bagnato, in risaia e sulle colture già alte, raggiunge pendenze e terrazzamenti dove un mezzo a terra è scomodo o pericoloso, usa pochissima acqua e può seguire una mappa di prescrizione. Sul tema della sicurezza in collina, già trattato nel post generale, basta ricordare che un drone non si ribalta.


I limiti sono altrettanto concreti. Il carico per volo è piccolo: su un grande seminativo in pianura, uno spandiconcime da trattore con centinaia di chili o qualche tonnellata nella tramoggia fa in un passaggio quello per cui il drone deve tornare a terra molte volte. Il vento ferma il drone prima del trattore, nelle chiome fitte i liquidi faticano a entrare, e al costo della macchina si aggiungono batterie, generatore, formazione e autorizzazioni. Infine ci sono le fasce di sicurezza che le regole chiedono attorno al campo, di cui parliamo più avanti.


Chi si aspetta una sfida tra i due mezzi resta deluso, perché il drone affianca il trattore: fa bene i lavori dove il trattore fatica, e lascia a lui quelli in cui serve portare tanto prodotto in poco tempo.



Basta un chicco per cambiare categoria


Il regolamento europeo sui droni elenca le condizioni per volare nella categoria open, quella in cui ricade la maggior parte dei voli e per cui basta il patentino di base o l'A2. Tra queste c'è una frase breve: durante il volo il drone non deve lasciar cadere alcun materiale. La conseguenza è netta: qualunque drone lasci cadere qualcosa, che pesi un chilo o cento, esce dalla categoria open ed entra nella categoria specific. Per i droni agricoli pesanti la questione è chiusa in partenza anche per il peso, visto che la open si ferma a 25 chili, ma la regola vale anche per un drone piccolo che sparge pochi semi o rilascia capsule di insetti utili.


Nella categoria specific serve un'autorizzazione operativa di ENAC. Dal 14 agosto 2026, per i lavori agricoli, orticoli e forestali c'è una strada semplificata, l'AltMoC IT-UAS-2026-002 (un mezzo alternativo di conformità, cioè un percorso già valutato da ENAC con documenti precompilati, dal manuale delle operazioni alla valutazione del rischio). Vale per droni fino a 5 metri di dimensione caratteristica (in pratica la misura più grande del drone, eliche comprese) e fissa condizioni precise: volo entro 20 metri dal suolo, velocità al suolo sotto i 5 metri al secondo, sempre a vista, un solo drone alla volta, con il pilota fermo e mai su un mezzo in movimento, solo in aree agricole scarsamente popolate e senza sorvolare nessuno mentre si distribuisce.


A queste si aggiungono le fasce attorno al campo, che sul terreno pesano più di quanto sembri. La zona in cui il drone distribuisce è l'area di lavoro. Attorno c'è l'area di contingenza: se per un errore o un colpo di vento il drone esce dall'area di lavoro, è lì che il pilota deve recuperarlo e riportarlo dentro. Se non ci riesce, il volo va terminato, cioè il drone va fatto scendere a terra, almeno 10 metri prima del bordo esterno della contingenza, perché un drone che viene fatto scendere non si ferma all'istante e deve finire a terra ancora dentro l'area prevista. Per questo la contingenza deve essere larga almeno 10 metri, e di più se si vola veloci: con soli 10 metri non resterebbe spazio per il recupero, e il volo andrebbe terminato appena il drone esce dall'area di lavoro. Più all'esterno ancora c'è il buffer di rischio a terra (una fascia di sicurezza la cui larghezza si calcola in base alla quota e alle caratteristiche del drone), dove il drone può cadere senza colpire nessuno. Per questo un campo che confina con una strada o con il giardino di una casa non si lavora fino al bordo senza aver messo sotto controllo anche quella zona, e il drone deve avere un sistema che gli impedisca di uscire dall'area prevista.


Anche al pilota si chiede di più: l'attestato teorico e l'addestramento pratico dello scenario standard STS-01, un corso CRM (sulla gestione delle risorse e della comunicazione durante l'operazione, emergenze comprese) e la formazione specifica fornita dall'operatore. Restano gli obblighi di sempre, dalla registrazione su d-flight all'assicurazione, passando per il controllo delle zone geografiche. Per concimi, biostimolanti, sementi e insetti utili, invece, non serve il certificato per l'uso dei prodotti fitosanitari.




E i fitosanitari?


Resta la domanda che quasi tutti fanno, e qui il drone si ferma, ma non per colpa delle regole di volo. La normativa europea vieta l'irrorazione aerea dei prodotti fitosanitari, e in Italia il divieto è recepito dal decreto legislativo 150 del 2012. La legge 182 del 2025 ha aperto per la prima volta a una sperimentazione di tre anni con i droni, da avviare con una segnalazione certificata (SCIA) al servizio fitosanitario regionale, ma rimanda tutte le regole pratiche a un decreto di quattro ministeri che, a metà ottobre 2026, non è ancora stato pubblicato. Senza quel decreto e senza prodotti la cui etichetta preveda l'uso aereo, distribuire fitosanitari con un drone resta vietato al di fuori delle sperimentazioni ufficiali. Attenzione anche ai prodotti che molti considerano innocui, come rame e zolfo: sono fitosanitari a tutti gli effetti. Quando il quadro sarà completo, gli dedicheremo un articolo a parte.


 

CONCLUSIONE


Concimare, seminare e liberare insetti utili con il drone oggi si può, e dalla risaia al campo bagnato fino alla coltura già alta è spesso la soluzione più pratica. Servono però una macchina grande, una buona organizzazione a terra, regolazioni scelte in base al prodotto e al vento, e un'autorizzazione in categoria specific, oggi più semplice da ottenere. Sui fitosanitari, invece, si aspetta ancora il decreto che renderà operativa la sperimentazione.



Importanza delle Fonti Ufficiali


Le regole descritte qui sono quelle in vigore a ottobre 2026. La normativa sui droni cambia spesso, quindi prima di programmare un volo conviene sempre ricontrollare le regole aggiornate sul sito ENAC e le zone geografiche su d-flight.


È sempre necessario consultare le fonti ufficiali, reperibili per esempio sul portale online di ENAC, EASA e D-flight.


I contatti sono facilmente reperibili attraverso:

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Autore: Vesentini Alessio


Servizi Professionali Droni: Riprese, Ispezioni, Rilievi e Formazione Professionale


Iniziata come una passione per il mondo del modellismo, approfondendo poi il settore dei droni, questa si è trasformata in una professione. Ora, porto contenuti di divulgazione online e offro servizi di riprese aeree sia stabilizzate che FPV, ispezioni e rilievi mediante l'utilizzo dei droni. Collaboro inoltre come istruttore pratico e teorico presso l'Entità Riconosciuta UAS ENAC.UAS-RE.101 ISTRUTTOREDIVOLO.COM, garantendo competenza certificata e affidabilità.


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