DRONI IN AGRICOLTURA: Rilievi stato piante

Quale drone scegliere, quale patentino serve, dove si può volare e come si ottengono dati di cui fidarsi.
Hai mai visto la mappa di un campo colorata dal rosso al verde, con le zone “malate” da una parte e quelle “sane” dall’altra? Sembra una radiografia delle piante, ma chi la legge come una diagnosi rischia di prendere la decisione sbagliata.
Nel post generale sui droni in agricoltura abbiamo visto a cosa servono oggi questi mezzi in campo. Qui entriamo in uno dei due utilizzi concreti, il rilievo, cioè quello che non ha ostacoli normativi e si può fare anche con droni piccoli. Molti pensano che serva un’autorizzazione complicata, ma per un rilievo basta quasi sempre il patentino base, perché quello che cambia le carte in tavola spesso non è il drone, è dove e come voli. Nella prima parte vediamo cosa vede davvero un drone, quale macchina serve e come si vola per portare a casa dati che valgano qualcosa. Nella seconda parte, i patentini, i luoghi dove si può volare e le competenze che servono per trasformare tutto questo in un lavoro.
La camera multispettrale vede oltre il colore
Una camera normale registra quello che vede l’occhio, cioè rosso, verde e blu. La camera multispettrale registra invece bande di luce separate, tra cui il red edge (la fascia al confine tra il rosso e l’infrarosso, molto sensibile alla quantità di clorofilla) e il vicino infrarosso (la luce subito oltre il rosso, invisibile all’occhio, che una foglia sana riflette in grande quantità grazie alla sua struttura interna).
Il principio è semplice: più una pianta sta bene, più riflette vicino infrarosso e più assorbe rosso per la fotosintesi. Quando va in sofferenza questo equilibrio si sposta, e si sposta prima che il colore delle foglie cambi in modo evidente.

C'è una storia Pugliese che lo spiega bene, dove per studiare la Xylella sugli ulivi, dei ricercatori hanno sorvolato migliaia di piante con sensori molto più sofisticati di quelli da drone, montati su un aereo, e sono riusciti a individuare gli alberi infetti quando ancora sembravano sani, con un’accuratezza sopra l’80%. Le piante segnalate come malate ma ancora verdi hanno poi mostrato i sintomi a una velocità quasi doppia rispetto alle altre. Con una camera da drone l'accuratezza è minore, ma il principio è quello: la pianta lo dice prima con la luce che riflette che con il colore delle foglie.
Da queste bande si calcolano gli indici di vegetazione (numeri che combinano le bande tra loro e diventano i colori della mappa). Il più noto è l’NDVI, che dà un’idea del vigore e della quantità di vegetazione verde. Funziona bene sulle colture giovani e sui cereali nelle prime fasi, ma quando la chioma diventa fitta va in saturazione, cioè restituisce valori quasi uguali anche dove le differenze ci sono, come una bilancia arrivata a fondo scala. Per questo su vigneti e frutteti a pieno sviluppo si usa l’NDRE, che sfrutta il red edge e regge anche con molte foglie, mentre sulle colture appena nate si usano indici corretti per il suolo, per non scambiare la terra nuda per una pianta in difficoltà.
Adesso la parte che conta. Metti che a giugno la mappa ti segni una macchia rossa in mezzo al vigneto. Può essere un principio di malattia, ma anche un’ala di irrigazione che perde, o un tratto di filare dove il terreno è più sassoso e trattiene meno acqua. Un indice non è una diagnosi: ti dice dove il campo si comporta in modo diverso, non perché lo fa. Quella mappa vale per i passaggi a piedi che ti fa risparmiare, non per quanto è colorata. Quindi in caso di anomalie, serve sempre un controllo incrociato.
Per capire se la pianta ha sete serve il termico
Quando una pianta non ha abbastanza acqua chiude gli stomi (i piccoli pori delle foglie da cui esce il vapore acqueo) per non perderne altra, traspira meno e le foglie si scaldano. La camera termica misura questa temperatura e da lì si ricava un indice di stress idrico (CWSI).
Un progetto di ricerca coordinato dal CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) su vigneto ha messo i due sistemi a confronto. Gli indici multispettrali si sono rivelati poco legati all’acqua nelle foglie e molto legati alla quantità di foglie, mentre il termico ha dato indicazioni più utili per decidere quando irrigare. Il termico è lo strumento più diretto per la sete delle piante, però è anche quello che perdona meno gli errori. Vuole calibrazioni precise, risente degli sbalzi di temperatura della giornata e si fa ingannare dall’erba tra i filari, che è più fresca della vite e abbassa la media.
I due sensori quindi non si sostituiscono. Il multispettrale racconta com’è fatta la chioma e dove cambia il vigore, il termico dice se una parte del campo sta soffrendo. Insieme danno il quadro completo, ma raddoppiano anche il lavoro di elaborazione.

Le due mappe non si leggono allo stesso modo. L’NDVI è un indice di vigore: si avvicina a 1 dove la vegetazione è fitta e attiva, scende verso lo 0 dove è rada o sofferente. La mappa termica invece mostra gradi, e da sola dice solo quanto è calda la chioma. Per trasformarla in un indice di stress idrico, il CWSI, serve un passaggio in più: la temperatura delle piante viene confrontata con quella di una pianta ben irrigata e di una che non traspira più, tenendo conto delle condizioni di quel giorno, cioè temperatura dell’aria, umidità, vento e sole. Qui la scala è rovesciata rispetto all’NDVI: 0 vuol dire pianta tranquilla, 1 pianta in piena sofferenza.
Quale drone serve, in base al lavoro che fai
Chi si avvicina a questo mondo guarda prima il drone e poi la camera, mentre nei rilievi funziona al contrario. Il sensore conta più del drone, perché è lui a decidere se i dati che porti a casa valgono qualcosa.
Con una buona camera a colori si fa già parecchio: ortofoto aggiornate, conteggio delle piante, misura delle superfici reali, verifica dei confini, danni dopo una grandinata. Per questo basta anche un drone compatto. La camera multispettrale serve quando si parla di vigore e stato delle piante, e lì contano due accessori che sembrano dettagli: il sensore di luce sopra il drone e il pannello di calibrazione, senza i quali confrontare due voli diversi è tempo perso.
Sul termico c’è una distinzione che si vede direttamente in fattura. La termocamera radiometrica assegna a ogni pixel un valore di temperatura, quindi permette di misurare e calcolare indici. Quella non radiometrica restituisce solo un’immagine con zone calde e zone fredde, bella da vedere ma senza numeri dietro. Per il lavoro agronomico serve la prima.
Sulla forma del drone, in Italia la scelta pratica è quasi sempre il multirotore, perché decolla e atterra ovunque, si ferma sul punto e gestisce bene appezzamenti piccoli e storti. L’ala fissa copre anche un paio di centinaia di ettari in un volo solo, ma con mappe meno dettagliate, e ha senso su grandi estensioni di seminativo, non sul vigneto di quattro ettari dietro casa. Conta infine il peso, perché sotto i 4 kg con un drone marcato C2 si lavora con distanze più comode quando intorno ci sono strade e case.
Un volo fatto male dà mappe belle ma inutili
Qui casca la maggior parte dei rilievi fatti in fretta. Il software produce sempre una bella mappa colorata, anche quando i dati di partenza non valgono niente, e questo è il problema: l’errore non si vede.
Due voli sullo stesso campo, a mezz’ora di distanza nella stessa mattinata, possono restituire mappe diverse solo perché nel frattempo è passata una nuvola. Per questo i voli multispettrali si fanno entro un paio d’ore e mezza dal mezzogiorno solare, con cielo sereno o coperto uniforme, mai nelle giornate con nuvole che corrono; ed il termico, vuole le ore calde, quando la differenza tra la pianta che traspira e quella che ha chiuso gli stomi è più netta.
Poi c’è la calibrazione, trenta secondi di lavoro che cambiano tutto. Prima e dopo ogni volo si fotografa il pannello di riferimento e il sensore di luce sopra il drone va lasciato scoperto. Senza quel passaggio due voli fatti in giorni diversi non si possono confrontare, e il confronto nel tempo è proprio quello che rende utile un rilievo.
Il resto sono abitudini: foto che si sovrappongono intorno al 75% in avanti e di lato, così ogni scatto ripete tre quarti di quello accanto; posizionamento RTK (correzione satellitare in tempo reale, precisione di pochi centimetri) o punti di controllo a terra se le mappe devono guidare una macchina; niente vento forte, che costringe il drone a correggere in continuazione; stesse impostazioni di quota e velocità tra un volo e l’altro. Nei vigneti e nei frutteti serve anche separare le piante dall’erba tra i filari, altrimenti il valore di ogni zona mescola la vite con quello che le cresce intorno.
I voli ripetuti sono la parte che fa la differenza
Un volo singolo è una fotografia e, da solo, dice poco. Il lavoro vero comincia quando la stessa missione viene ripetuta: stesso percorso, stessa quota, stessa ora, stesse impostazioni. Il drone salva la missione e la riesegue identica, cosa che a mano non riusciresti mai, così le differenze che vedi tra una mappa e l’altra sono differenze delle piante e non del tuo modo di volare. Ogni due settimane nelle fasi delicate della coltura è una cadenza da cui partire.
Su questo però bisogna intendersi. Il volo automatico non è volo senza pilota: la missione la esegue il drone, ma responsabilità e consapevolezza situazionale restano di chi sta a terra. Il regolamento europeo chiama autonoma l’operazione in cui il pilota non può intervenire, e un’operazione così non rientra nella categoria open, quella a rischio basso in cui si fanno i rilievi. Programmare la rotta va benissimo, a patto di tenere il drone a vista e poter riprendere il comando in qualsiasi momento.
Esistono anche le stazioni automatiche, quei box installati in azienda da cui il drone esce da solo a orari programmati, vola e rientra a ricaricarsi. Non sono prototipi, ci sono davvero, ma il volo non è più a vista e quindi si esce dalla categoria open, come vediamo tra poco. È la strada di chi gestisce grandi superfici o servizi continuativi, non di chi fa qualche rilievo a stagione.
Dalla mappa si arriva al trattamento mirato

Quando le zone anomale sono state verificate a terra, la mappa diventa uno strumento operativo. Il campo si divide in zone omogenee (parti con caratteristiche simili) e da lì nasce una mappa di prescrizione, un file che dice alla macchina quanto distribuire in ogni punto. Spandiconcime, irroratrici, seminatrici a rateo variabile e droni agricoli sanno leggerla e cambiare la dose mentre lavorano.
Un esempio concreto viene da una prova dell’Università di Palermo su oliveto. Dalle immagini multispettrali hanno ricavato il volume della chioma e il vigore, hanno diviso il campo in zone con dosi di azoto diverse e hanno distribuito di conseguenza: circa un quarto di concime in meno rispetto alla dose uniforme, sulla stessa superficie. È un caso singolo su un appezzamento piccolo, quindi non un numero da mettere in preventivo, ma fa capire dove sta il guadagno. Il ritorno non arriva dalla mappa in sé, ma da quello che eviti di distribuire dove non serviva.
Quale patentino serve, in base a cosa fai

Passiamo alle regole, che per i rilievi sono più semplici di quanto si creda. Il regolamento europeo divide le operazioni in categorie in base al rischio: open per il rischio basso, con regole fisse e nessun permesso da chiedere caso per caso, e specific per il rischio più alto, che richiede dichiarazioni o autorizzazioni. Un rilievo normale sta in open, e lì la differenza tra un attestato e l’altro la fanno le distanze da rispettare.
Cosa vuoi fare | Categoria | Cosa serve al pilota |
Rilievo con drone C2 sotto i 4 kg, con strade o case intorno al campo | open, sottocategoria A2 | attestato A1/A3 più attestato A2 |
Rilievo in campagna aperta, lontano da abitazioni e persone | open, sottocategoria A3 | attestato A1/A3 |
Rilievo con drone senza marcatura di classe comprato prima del 2024 | open, sottocategoria A3 | attestato A1/A3 |
Rilievo oltre la distanza a cui vedi il drone, sopra i 120 metri o con stazione automatica di decollo | specific | attestato per operazioni specific e autorizzazione |
Rilievo in una zona dove la open non è ammessa, per esempio vicino a un aeroporto | specific, con riserva di spazio aereo | attestato per operazioni specific, autorizzazione e coordinamento con ENAC ed ENAV |
L’attestato A1/A3 è il patentino base, con corso ed esame online di ENAC. L’A2 è un esame in più e serve quando ci si avvicina alle persone non coinvolte o quando si lavora vicino alle case con droni della fascia tra 900 grammi e 4 chili, che è quella di quasi tutte le macchine da rilievo.
La differenza si capisce con un caso tipico. Un uliveto in mezzo alla campagna si rileva tranquillamente in A3, con il solo patentino base. Lo stesso uliveto attaccato al paese, con la strada sul bordo e le case a cento metri, in A3 non lo puoi fare, e senza l’A2 devi rinunciare o riorganizzare tutto il volo. Restano poi gli obblighi che valgono sempre, anche sul proprio terreno: registrazione come operatore su d-flight, assicurazione, identificazione remota attiva (il segnale con cui il drone comunica in volo i propri dati e quelli dell’operatore), quota entro i 120 metri, drone sempre a vista e rispetto delle varie zone geografiche di volo.
Per maggiori informazioni vi rimando agli articoli dedicati presenti su questo blog.
I principali casi in cui un rilievo esce dalla categoria open sono quattro:
quando si vola oltre la distanza a cui si riesce a vedere il drone,
quando si supera il limite dei 120 metri di quota,
quando si usa una stazione automatica che lo fa partire da solo,
quando si lavora dove la open non è ammessa, per esempio in una zona rossa vicino a un aeroporto, dove servono autorizzazione e coordinamento con ENAC ed ENAV, con settimane di anticipo.
Fuori da questi casi, e a parte i droni sopra i 25 chili (e 4 chili se in prossimità di centri abitati), il patentino base e l’A2 coprono tutto
Quali conoscenze servono oltre al patentino
Il patentino insegna a volare in sicurezza, non a leggere i dati. La formazione utile viene dopo: preparare il piano di volo, elaborare le immagini, calcolare gli indici, ritagliare le zone e tirare fuori mappe che qualcun altro possa usare davvero. Serve anche un minimo di agronomia, se non altro per parlare la stessa lingua di chi coltiva e sapere cosa ha senso aspettarsi di vedere dall’alto in quel momento dell’anno.
C’è poi un confine da conoscere prima di proporsi. In Italia consulenza, stime, perizie e difesa delle colture sono attività riservate alle professioni tecniche agronomiche, quindi il pilota porta rilievi e mappe, mentre la prescrizione la firma un tecnico abilitato. Non è un ostacolo, è il modo naturale di lavorare in due: uno porta il dato, l’altro lo trasforma in decisioni.
Chi vuole costruirci un’attività di solito parte dall’attestato A1/A3, aggiunge l’A2 per muoversi meglio vicino a strade e strutture, e infine affronta il percorso per la categoria specific per poter volare anche dove molti altri non possono.
CONCLUSIONE
Il drone da rilievo non sostituisce chi conosce il campo, ma gli permette di guardarlo tutto, dall’alto e più spesso di quanto si riesca a fare a piedi. Tra le tecnologie che oggi entrano in agricoltura è una delle più semplici da adottare, anche dal punto di vista delle regole, a patto di usarla per quello che è: un modo per sapere dove guardare, con dati raccolti sempre allo stesso modo e letti insieme a chi ha le competenze per decidere.
Come abbiamo visto nel post generale sui droni in agricoltura, gli utilizzi concreti oggi sono due: rilevare e distribuire.
Qui abbiamo visto il primo, quello che spesso si fa con un drone piccolo e un patentino base.
Del secondo, cioè lo sgancio e la distribuzione di prodotti sul campo, ne parliamo nell’approfondimento in uscita a breve: restate collegati.
Importanza delle Fonti Ufficiali
Le regole descritte qui sono quelle in vigore a ottobre 2026. La normativa sui droni cambia spesso, quindi prima di programmare un volo conviene sempre ricontrollare le regole aggiornate sul sito ENAC e le zone geografiche su d-flight.
È sempre necessario consultare le fonti ufficiali, reperibili per esempio sul portale online di ENAC, EASA e D-flight.
I contatti sono facilmente reperibili attraverso:
form: in fondo a questa pagina
whatsapp/cell: 3478102312
email: segreteria@istruttoredivolo.com
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Autore: Vesentini Alessio
Servizi Professionali Droni: Riprese, Ispezioni, Rilievi e Formazione Professionale
Iniziata come una passione per il mondo del modellismo, approfondendo poi il settore dei droni, questa si è trasformata in una professione. Ora, porto contenuti di divulgazione online e offro servizi di riprese aeree sia stabilizzate che FPV, ispezioni e rilievi mediante l'utilizzo dei droni. Collaboro inoltre come istruttore pratico presso l'Entità Riconosciuta UAS ENAC.UAS-RE.101 ISTRUTTOREDIVOLO.COM, garantendo competenza certificata e affidabilità.
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